Incontro con Gilda Luzzi, attrice e autrice di testi teatrali. La Gabbia

Incontro con Gilda Luzzi, attrice e autrice di testi teatrali. La Gabbia

Incontro con Gilda Luzzi, attrice e autrice di testi teatrali. La Gabbia

di Giuditta Castelli

“Faccio il mio Teatro perché questa è la bellezza che offro in risposta alla distruzione nel mondo. Lo faccio perché devo farlo” (Julian Beck).

L’attrice teatrale Gilda Luzzi di bellezza da offrire ne ha davvero tanta. È trascinante, coinvolgente. Le distanze fra l’io spettatore e l’alterego offerto dall’attrice immersa nel personaggio, si annullano.

Una passione nata per caso oltre un ventennio fa, che si è tramutata in “senso della vita”, ricerca, impegno costante, umiltà nell’apprendere dai maestri. Ma nell’autrice ritroviamo anche un chiaro impegno sociale come nel suo ultimo lavoro “La Gabbia”, l’opera menzionata nella sezione Teatro dalla 3° edizione del Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno (21 novembre 2021)


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La Gabbia

Gilda Luzzi non ama solo immergersi nei personaggi, ma considera il teatro come specchio della realtà, un palcoscenico dove le situazioni possono crescere e risolversi. Ed è questa sua esigenza sociale speculativa che la porta a scrivere sceneggiature come “La Gabbia” con lo scopo non solo di narrare ma anche di raddrizzare il tiro della propria e dell’altrui visione del mondo.

“La Gabbia, due scene, che si muove con tre personaggi, padre Carlo Pierobon, figlia Anna Pierobon e Tata, rappresenta un progetto creativo con finalità psicosociocuturali, incentrato sulla visione della “donna”, nel rapporto figlia -padre, all’interno della famiglia e del ruolo sussidiario del terzo.

Il rapporto figlia-padre può essere dominato da forze tanto grandi e opposte da innescare un vortice opprimente e doloroso, mai scontato per entrambi.

Complesso è l’intreccio di sentimenti, emozioni, sensazioni espresso dal legame di un padre con una figlia che oscilla fra Amore e Odio, senso di protezione e desiderio di fuga. Visione ottimistica e visione pessimistica.

Ci piace richiamare le osservazioni dello psicologo e psicanalista Erik Erikson (1902 – 1994) quando sottolinea il bisogno di una figlia del tocco, della voce, della tenerezza e della forza del padre per sviluppare la fiducia di base e la sicurezza in un uomo e in se stessa.

Un legame naturale idilliaco messo in discussione dalla notte dei tempi dal contesto sociale in cui si sviluppa: nei micro e macro sistemi (famiglia padre-padrone, famiglia monogenitoriale, visione della donna e quindi della figlia, come essere inferiore, assenza o fuga del padre dalla famiglia, …)

Commovente sono le parole di Anna nell’apparizione…/  “… Voglio invece che tu sappia che io ti ho amato moltissimo…/quanto più mi allontanavi da te più io ti amavo…/ ti ho amata anche prima mentre mi schiaffeggiavi e mi coprivi di parole orribili …/ e ti amo anche in questo istante/ e ti amerò anche lì…dove vado adesso/. Un inno all’Amore filiale che ogni padre e ogni madre dovrebbe ascoltare.

Gilda Luzzi in “La Gabbia” porta sul palcoscenico un aspetto della realtà per nulla unica.  È il caso del rifiuto paterno a seguito della morte in parto della moglie. Due Amori che entrano in conflitto: a vincere è l’assoluto silenzio, il vuoto, l’assenza, la fuga dalla realtà e dalle proprie responsabilità.

La morte della moglie simboleggia l’assenza femminile determinata dall’arrivo di un’altra donna, la figlia.  

Non è raro che certi uomini alla nascita di un figlio, maschio o femmina, entrano in conflitto con quest’ultimo poiché si sentono trascurati, abbandonati. Uomini-bambini, affettivamente incompleti,  che si estraniano. Escono dal nido, rinunciano alle proprie responsabilità che il ruolo genitoriale richiede. Di esempi oggi più di ieri a iosa.

Il terzo personaggio, la Tata, rappresenta non solo una figura fisica sussidiaria reale (vedi baby sitter, nonni, insegnanti…) ma la stessa società che presa coscienza del fallimento di ruoli istituzionalmente costituiti, in questo caso quello paterno, si impegna a modificare gli stessi valori di riferimento, a smuovere le coscienze. Pena: la morte della figlia (fuga, devianza, …), lo squassamento della famiglia (anche se con un solo genitore), lo scollamento di un sistema sociale che si regge sui legami forti che solo la famiglia può assicurare (tradizionale e non).

 

Se l’opera parla da sé l’interesse per l’attrice Gilda Luzzi, ci spinge ad indagare oltre.

Cos’è per te il teatro?

Gilda Luzzi. Il Teatro per me è la ricerca della felicità, è uno stimolo continuo verso la conoscenza, lo studio di testi e del personaggio, è un viaggio interiore che mi fa scoprire sempre cose nuove.

Gilda attrice e Gilda autrice, cosa le differenzia?

Gilda Luzzi. Recitare e scrivere producono emozioni diverse. Recitare è per me l’emozione di vivere ogni volta una vita diversa dalla mia, essere una nobile o una popolana, una passionale o una calcolatrice, una donna fedele o una traditrice. La scrittura è invece qualcosa di più pensato e meditato nel senso che l’input è una notizia, un accadimento, un odore, un ricordo, insomma qualcosa che mi colpisce. Ne prendo un sintetico appunto e poi lascio che sia la fantasia a fare tutto il resto.

Naturalmente non si può scrivere un testo teatrale se non si è letto tanto e tanto di drammaturgia, se non si sono letti gli autori russi del tardo Ottocento – Primi novecento.

E che ci dici de “La Gabbia”?

Gilda Luzzi. “La Gabbia” è al momento il mio primo lavoro di scrittura, ma sto impegnata ad un altro testo, un monologo per attrice sola che scava nella dura e dolorosa realtà di quelli che un tempo erano i manicomi.

“La Gabbia” è nato come esperimento finale di un corso di scrittura teatrale, ed è stato proprio il favore con cui è stato accolto dal pubblico quando fu messo in scena. A darmi motivo per partecipare alla terza edizione del Premio letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno e sono molto soddisfatta del risultato ottenuto.

C’è in “La Gabbia” qualcosa di autobiografico?

Gilda Luzzi. Assolutamente no, fortunatamente sono cresciuta con un padre attento e amorevole, quella che si suol definire una sana famiglia. Non nascondo comunque che anche quando mi sono calata nel personaggio di Anna non ho potuto che commuovermi.

 

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